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Dalla “fuga” alla “circolazione” dei talenti. I risultati di un’indagine esplorativa

Alessandro Rosina

“Da qui se ne vanno tutti” canta Caparezza in Goodbye Malinconia. “Tutti” forse no, ma “se l’Italia rimane così, i giovani fanno bene ad andarsene”, ha ribattuto il Ministro per la Coesione territoriale, Fabrizio Barca, aggiungendo che lui stesso ha due figli su tre all’estero. Secondo l’AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero), le persone tra i 18 e i 34 anni di cittadinanza italiana che vivono fuori confine sono quasi un milione ed equivalgono approssimativamente ai pari età di una regione grande come il Lazio. Tale fonte presenta però vari limiti sia di informazioni che di copertura (Gli Italiani all’estero) . Riguardo ai flussi, secondo l’Istat le cancellazioni di residenza per l’estero sono pari a circa 40 mila unità l’anno e comprendono circa 6 mila laureati. Molti però non formalizzano il cambiamento di residenza e quindi non rientrano nelle statistiche ufficiali del fenomeno.
Risorse da rimettere in circolo
Ciò che più preoccupa è però il fatto che, su stime Ocse, l’Italia risulta essere l’unico grande paese europeo con valore negativo del tasso di scambio di individui con elevato grado di istruzione (highly skilled exchange rate, Beltrame 2007). Vale a dire che nonostante siamo uno dei paesi sviluppati con meno giovani e meno laureati, siamo anche tra quelli che più cedono, come saldo netto, tali risorse preziose all’estero.
Come fare in modo che il paese torni attrattivo? La risposta sta implicitamente nella prima parte dell’affermazione del Ministro Barca “Se l’Italia rimane così….”. Ma il rischio è quello del cane che si morde la coda. Siccome il Paese non cambia, i giovani se ne vanno. E se le energie ed intelligenze più vive abbandonano il paese, diventa più difficile cambiarlo.
In ogni caso la soluzione più che frenare la “fuga” è quella di trasformarla in “circolazione” (Balduzzi, Rosina 2011). Andare è un bene: consente di fare utili esperienze, di confrontarsi con realtà e culture diverse, di costruire una rete di relazioni internazionale, e tante cose belle di questo tipo. Ma tornare consente anche di portare questa ricchezza accresciuta nel proprio paese. Favorire la possibilità di rientro e fare in modo che il ritorno sia di successo è una politica intelligente, che può aiutare l’Italia a cambiare e a crescere. In questa direzione va una legge da poco in vigore, chiamata Controesodo, che prevede incentivi fiscali per chi torna in Italia dopo almeno due anni di attività all’estero (controesodo),  ma gli incentivi fiscali non bastano.
Un’indagine sugli Expat
Il Comune di Milano, assieme all’associazione Italents, ha svolto un’indagine esplorativa con l’obiettivo duplice di raccogliere alcune informazioni di base analoghe a quelle del Censimento per chi vive all’estero e di ottenere dai diretti interessati indicazioni su possibili politiche “riattrattive”. In quattro mesi ha ottenuto circa 1150 questionari compilati. Lo stesso questionario è stato inoltre somministrato a 180 rientrati. Riportiamo qui alcuni risultati selezionati che riguardano i fattori percepiti come più importanti nella decisione di lasciare il paese e le misure a livello locale che, oltre gli incentivi fiscali, possono favorire il rientro.
Tra i motivi che spingono all’uscita ci sono la minor precarietà e le maggiori remunerazioni, ma i motivi più indicati riguardano la possibilità di trovare vera valorizzazione delle proprie capacità e competenze: avere quindi maggiori possibilità e strumenti per fare al meglio il proprio lavoro e vivere in un contesto dove c’è maggior meritocrazia e trasparenza nelle possibilità di carriera (Fig. 1).
Riguardo poi alle condizioni per tornare, come risulta anche dalle risposte alle domande aperte, quello che molti temono è l’eccesso di burocrazia e un sistema di servizi – soprattutto se hanno formato una famiglia – che non li supporti adeguatamente. E’ per questo che  l’80% vedrebbe favorevolmente l’istituzione di uno “Sportello unico” al quale potersi rivolgere per avere tutte le informazioni e l’assistenza necessaria.
Un altro aspetto che emerge chiaramente dai dati è quello relativo al lavoro. Le possibilità di rientro sono fortemente legate al trovare un impiego dove le proprie competenze e l’esperienza all’estero possano adeguatamente essere messe a frutto. Una “Borsa lavoro” che faciliti l’incontro tra domanda e offerta è vista positivamente dall’84% di chi vive all’estero e da quasi il 90% di chi è da poco rientrato. Ma molti sono anche coloro che vedrebbero con favore misure di sostegno alle iniziative imprenditoriali, in modo da poter tornare in Italia portando una idea da realizzare.
Teniamoci in contatto
L’indagine ha infine fatto emergere un forte desiderio degli italiani giovani-adulti di essere interpellati e coinvolti. Oltre l’80% ha dichiarato di essere disponibile, indipendentemente dalla decisione di tornare o meno, a mettere la propria esperienza e le proprie competenze a servizio di progetti e proposte che consentano di migliorare l’attrattività del territorio di partenza.
Esiste insomma un ricco giacimento oltre confine che può fruttare molto per la crescita del nostro paese, se riusciamo a trovare il modo di trasformare la “fuga” in “circolazione”, sia di persone che di idee.

Per approfondimenti
Balduzzi P. e Rosina A. (2011). Giovani talenti che lasciano l’Italia: fonti, dati e politiche di un fenomeno complesso, La Rivista delle Politiche Sociali, n. 3/2011.
Beltrame L. (2007). Realtà e retorica del brain drain in Italia. Stime, statistiche, definizioni pubbliche e interventi politici, Quaderno del Dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale n. 35.

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