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Culle vuote in Italia. Segnali di ripresa? (*)

La Redazione

Da oltre vent’anni, in Italia nascono pochi bambini. Oggi, tuttavia, il quadro non è più del tutto negativo. Esaminando i dati nascita delle nascite per l’anno 2006 pubblicati dall’Istat (http://demo.istat.it/altridati/IscrittiNascita/ anno 2006) si notano i primi segni di arresto del calo delle nascite, se non di ripresa. Si nota anche che l’andamento complessivo della fecondità in Italia è frutto della combinazione di due trend ben diversi nelle regioni del Centro-Nord e del Mezzogiorno: nelle prime, emergono alcuni segni di ripresa, mentre al Sud la discesa continua.
Ma non è tanto l’esame del numero di nati in un certo anno a far pensare ad un arresto della tendenza negativa precedente: anzi, questo dato può creare false aspettative di ripresa (cfr. Alessandro Rosina, l’anno del baby boom mancato).
E’ invece la ricostruzione della fecondità per generazione di donne a indurre a un cauto ottimismo.

Il Centro-Nord
È sufficiente osservare l’andamento dei tassi di fecondità specifici per età (ovvero il numero medio di nati da mille donne della stessa età) in alcune generazioni di donne per avere conferma del cambiamento di tendenza: la figura 1, ad esempio, mostra i dati della Lombardia per le donne nate nel periodo 1950-1985.
Ricordando che, graficamente, il numero medio di figli per donna corrisponde all’area sotto ciascuna delle curve, le vicende della fecondità negli ultimi cinquant’anni nelle regioni del Centro-Nord possono essere riassunte in tre momenti:
(1) una notevole diminuzione tra le donne nate nel 1950 e quelle nate nel 1960;
(2) un considerevole rinvio delle nascite alle età oltre i 30 anni tra la generazione del 1960 e quella del 1970 (la cui storia feconda non si è ancora conclusa, e per tale motivo la linea corrispondente si ferma a 36 anni), con un numero complessivo di figli per donna che alla fine sarà non troppo dissimile tra le due generazioni, probabilmente solo di poco inferiore per quella del 1970;

(3) una tendenziale stabilizzazione dei livelli di fecondità su quelli della generazione del 1970 per le donne nate tra il 1975 e il 1985: come si vede dalla figura 1, infatti, le linee delle ultime quattro generazioni sono le une vicine alle altre. Non è possibile sapere come si comporteranno queste ultime generazioni di donne nel resto della loro vita riproduttiva. Tuttavia, è realistico immaginare che non si scosteranno molto dalle loro sorelle maggiori nate nel 1970, il cui numero medio di figli messi al mondo sarà molto probabilmente compreso tra 1,4 e 1,5.
Tale previsione potrà realizzarsi più facilmente in presenza di un contesto sociale che permetta alle giovani donne di conciliare più agevolmente maternità e lavoro, come è già avvenuto in quei paesi europei dove la fecondità si è stabilizzata o ha ripreso a crescere.
Il Sud
La situazione è ben diversa al Sud, a rappresentare il quale si è qui scelta la Campania, nella fig. 2. Qui la fecondità è diminuita ininterrottamente da una generazione all’altra, fino a toccare un minimo storico per le donne nate negli anni ’80, i cui tassi di fecondità tra 15 e 25 anni sono dimezzati rispetto a quelli delle loro madri, nate prevalentemente negli anni ’50. Inoltre il recupero delle nascite rinviate dopo i trent’anni è iniziato in ritardo rispetto al Nord: le donne nate nel 1970 mostrano solo deboli segni di questo processo, che si accentua di poco nelle generazioni successive.
Mancando del tutto i segnali di ripresa visibili nel resto d’Italia, non è fuor di luogo parlare di debolezza demografica del Sud [1]. Qui, come mostrano le recenti previsioni di popolazione pubblicate dall’Istat (http://demo.istat.it/), nel prossimo trentennio l’invecchiamento della popolazione sarà rapido, accentuato anche dalla limitata capacità dell’area di attrarre immigrati e dal non trascurabile flusso emigratorio verso le regioni del Centro-Nord. (cfr. Massimo Livi Bacci – Ma c’è davvero una ripresa delle migrazioni sud-nord?)

Non è solo la fecondità delle straniere
Il recupero di fecondità nelle regioni del Centro-Nord potrebbe però essere legato soprattutto ai recenti processi immigratori di giovani donne straniere, i cui figli nascono in Italia. In parte sì, ma la spiegazione non è soltanto questa, perché la crescita della fecondità riguarda principalmente le età dopo i trent’anni, ovvero una fascia d’età in cui il contributo delle donne straniere è ancora marginale, come mostrano i dati Istat (http://demo.istat.it/altridati/IscrittiNascita/ tab. 2.9 per l’anno 2006).
I dati della tabella qui sotto confermano questa ipotesi. La posticipazione delle nascite è stata notevolissima: la quota percentuale della fecondità totale sperimentata dai trent’anni in poi si è raddoppiata in tutto il centro-nord per le donne nate nel 1965 rispetto alle nate nel 1950. A Sud, invece, nelle stesse generazioni di donne, il cambiamento è stato limitato, ribadendo il ritardo nell’evoluzione dei comportamenti riproduttivi rispetto al resto d’Italia.

Tab.1. Quota percentuale della fecondità totale tra 30 e 49 anni nelle generazioni di donne nate nel 1950 e 1965 per regione.

Regione 1950 1965 Regione 1950 1965
Centro-Nord Sud
Piemonte 22,1 48,8 Abruzzi 23,3 40,1
Valle d’Aosta 20,5 46,0 Molise 24,5 38,3
Lombardia 25,9 51,7 Campania 29,2 34,5
Trentino Alto Adige 31,3 49,0 Puglia 27,2 36,6
Veneto 25,2 51,6 Basilicata 26,9 37,4
Friuli Venezia Giulia 22,9 50,9 Calabria 27,8 32,9
Liguria 25,9 55,4 Sicilia 27,1 32,9
Emilia Romagna 21,7 50,5 Sardegna 31,6 46,2
Toscana 23,9 50,7
Umbria 24,5 44,3
Marche 23,4 46,8
Lazio 25,1 48,2 Italia 25,8 43,8

È adesso compito della politica promuovere il recupero di fecondità già in atto al Centro-Nord, con misure in grado di conciliare maternità e lavoro, e soprattutto far partire questo processo anche nel resto d’Italia con misure adeguate, che permettano alle donne residenti nel Mezzogiorno di non dover rinunciare ad un (altro) figlio per poter lavorare.

(*) L’articolo riprende quanto è scritto in M. Caltabiano (2008) “La chute de la fécondité touche-t-elle à sa fin dans les régions italiennes? Les enseignements d’une approche longitudinale”, (“Has the decline of fertility come to an end in the different regions of Italy? New insights from a cohort approach”) Population-F, vol. 63(1): 161-76.

[1] Si pensi anche quanto recentemente scritto su Neodemos da G. De Santis Il grande freddo e A. Rosina Più figli a parole che nei fatti.

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