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Cronaca vera di un ultimo giorno di scuola negli “United Colours of Italy”

Letizia Mencarini
Scuola media di un capoluogo toscano. Sostituisco una collega che, con questionari autocompilati, raccoglie informazioni sulle seconde generazioni di stranieri in Italia e sui loro rapporti sociali, a scuola e fuori.[1] Manca solo una classe per completare il campione, e oggi (8 giugno), è l’ultimo giorno di scuola: non ho potuto sottrarmi.


Una classe multietnica

Un simpatico professore di lettere mi introduce in una classe di seconda media, con venticinque alunni. Entro accolta da gridolini festanti: prima terminerà quell’importante, preannunciato, “compito in classe”, prima inizierà la loro festa di fine anno. In un angolo, in carte multicolori, bevande, dolci e leccornie di ogni tipo.

Prima di iniziare, domando timidamente all’insegnante se ci sono ragazzi stranieri in quella classe, altrimenti l’indagine non avrebbe senso. Sorride: su venticinque alunni, quattordici sono stranieri. Mi guardo intorno: vedo i visini dagli occhi vivaci di due ragazzine velate di bianco. Poi c’è una ragazza asiatica, dal viso indecifrabile: scoprirò poi che è figlia di un pakistano musulmano e di una cattolicissima filippina, che si sono conosciuti in Italia. C’è un’altra ragazzina dalla pelle d’ebano, che risalta nei pantaloncini corti bianchi. C’è una biondina filiforme dagli occhi di ghiaccio: rumena. Tra i maschi, un marocchino dinoccolato, poi un rumeno, alto, dagli occhi furbissimi. Un ripetente? L’insegnante mi risponde che rischia di esserlo quest’anno (decideranno nel pomeriggio), ma è già un anno più grande degli altri, e non perché sia stato bocciato, ma perché in Romania la scuola comincia un anno più tardi. Meno immediatamente individuabili, ai miei occhi, altri rumeni, albanesi, una dominicana, una svizzera, un tunisino.


Cittadini del mondo, o almeno d’Europa

Spiego un po’ come funziona il questionario. Non ci sono risposte giuste o sbagliate: devono semplicemente essere sinceri.

I primi problemi cominciano con la domanda "Con chi abiti?". Alcuni passano un po’ di giorni con il padre e altri con la madre, un caso non previsto nel questionario.

Nessun problema per il paese di nascita. Qualcuno, invece, con la lingua che parlano a casa, con gli amici, con i parenti. Una ragazzina italo-spagnola, ad esempio, mi dice che “fa su e giù con la Spagna. Quando è qui parla in italiano, sia a casa sia con amici e parenti; quando è là parla in spagnolo."

Ma la domanda che ci prenderà molto tempo, e che in alcuni casi non avrà risposta, è quella sulla nazionalità. Che cosa vuol dire "cittadinanza"? L’insegnante e io proviamo a spiegare, e la discussione si accende. Una ragazzina dice che i suoi genitori sono rumeni, ma lei è nata qui e quindi è italiana. Gli altri sono tutti concordi. Anche un altro ha i genitori stranieri, ma è nato in Italia quindi, dice lui con un forte accento toscano, “anch’io sono italiano”.

Tentiamo di spiegare loro che non è così: un conto è il luogo di nascita, un conto la nazionalità. Ma come, dicono quasi in coro, “noi non siamo cittadini? E allora cosa siamo? Siamo almeno cittadini della Comunità Europea?”. “Beh”, rispondiamo quasi imbarazzati, “i rumeni sì, ma le ragazzine marocchine, anche se sono nate in Italia, non sono neanche cittadine comunitarie…”.

Ci guardano perplessi. A quel punto spunta il caso della ragazza color ebano: lei è nata all’estero, ma solo perché la madre è tornata lì per partorire. Ma i genitori sono cittadini italiani – la madre per acquisizione – e anche lei lo è. Sulle cartine geografiche che tappezzano la classe, e che coprono tutto il mondo, molti, entusiasti, mi indicano dove vivono i nonni.

Decidono infine di lasciare in bianco la risposta alla domanda sulla cittadinanza, perché, dicono, per loro “quella cosa lì non è importante”. Hanno parlato tanto nel corso dell’anno scolastico con il professore dell’Europa Unita e, velo o non velo, si sentono cittadini almeno europei.

Devono poi indicare l’ambito geo-politico al quale si sentono di appartenere: la città in cui vivono, la regione, l’Italia, un’altra nazione, l’Unione Europea, o il mondo in generale. L’Unione europea va molto di moda, seguita dalle nazioni più varie. Ma, qui, sono i “non stranieri” che mi stupiscono. Una ragazzina ha i nonni norvegesi e mi dice che lei, bi-lingue, va tutte le estati in Norvegia, quindi è un po’ straniera anche lei e si sente di appartenere anche a quella nazione. Un altro è italiano, per parte di un padre, separato, che però non vede quasi; la madre, con cui vive, è marocchina e lui si sente di appartenere al Marocco. Un altro ancora mi dice che lui no, non ha parenti “strani”, però non si sente toscano: i suoi genitori sono pugliesi e quindi è un po’ straniero anche lui. Non riesco a non ridere.


Dolcetti deliziosi

Un quesito chiedeva “Quali dei tuoi compagni ti sta più simpatico?”. Scontato rilevare che le nazionalità si incrociano in modo del tutto casuale. Ecco, ad esempio, il caso di una bambina straniera, arrivata quest’anno, che ha paura di non essere promossa e, quindi, di non ritrovare a settembre le sue compagne, che adesso sono tutte lì, che la accarezzano e cercano di rassicurarla.

All’insegnante brillano gli occhi. Mi dice che è stata dura, ma che tutti sono tanto migliorati: nell’interazione con gli altri, nella lingua italiana, e anche nei profitti scolastici. “E come si fa a bocciarli dopo aver tanto faticato a farli inserire nelle classe? “Certo l’italiano è uno scoglio duro, soprattutto allo scritto. A albanesi e rumeni, ad esempio, è impossibile far sentire le doppie…”.

Infatti, abbiamo appena passato qualche minuto a spiegare che, in una frase volta a descrivere loro stessi, l’espressione “lego di più con persone diverse da me” o invece, in alternativa, “lego di più con persone simili a me”, vuol dire stare insieme, trovarsi bene, e non fare letture insieme…(“légo” non “lèggo”).

Suona la campanella. Tutti si accalcano intorno all’unico che on ha ancora terminato il questionario (e che ritarda l’inizio della festa di fine anno). Lui è un po’ più lento a leggere (anzi a “legere”), perché è arrivato solo da un po’ di mesi dalla Romania.

Inizia la festa. Dai cartocci colorati escono dolcetti di ogni fatta. Biscottini-cantucci toscani, ma anche odori esotici, di deliziosi dolcetti marocchini alle patate.

Me ne vado, tra saluti e auguri di buone vacanze (magari!), riflettendo sul fatto che quando la generazione del 1994 sarà adulta, l’Italia sarà senz’altro molto diversa da oggi. E chissà cosa vorrà dire, allora, essere cittadino italiano.


[1] Il progetto su "La socialità della seconda generazione di immigrati in Toscana" è finanziato dal Cesvot, con la collaborazione del Ciuspo, Università di Firenze e la Direzione generale dell’Ufficio scolastico della Toscana, e coordinato dal Prof. Ettore Recchi.

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