MENUMENU
  • i nostri esperti
  • temi trattati
      • Italia

      • geodemos

      • mondo

      • migrazioni e stranieri

      • famiglie fecondità e welfare

      • anziani, salute e mortalità

      • giovani, istruzione e lavoro

  • pubblicazioni
      • Geodemografia 2018. Tredici scritti per meglio comprendere il mondo

      • I suoi primi quarant’anni. L’aborto ai tempi della 194

      • Verso la metà del secolo: un’Italia più piccola?

      • ius soli e ius culturae. Un dibattito sulla cittadinanza dei giovani migranti

      • I tre giganti, Cina India e Stati Uniti

      • tutte le pubblicazioni

Cosa dicono i dati sulla “crisi dei suicidi”?

Vincenzo Scrutinio

L’Italia è, tra i paesi della zona Euro di più vecchia data, uno dei paesi con il più basso tasso di suicidi. In base ai dati Eurostat sui tassi di suicidio standardizzati per età, in modo da tener conto della struttura demografica, aumentando la comparabilità internazionale, il paese mostrava nel 2000 un tasso di suicidio superiore solo alla Grecia e al Portogallo (Figura 1). Nel 2009, ultimo dato disponibile, la situazione era cambiata solo marginalmente e, pur se in aumento rispetto al 2006, il tasso di suicidio restava ben al di sotto della media europea e superiore solo a quello della Grecia.
L’Istat raccoglie e pubblica informazioni sul numero di suicidi sia in un’indagine apposita, sui dati giudiziari, sia attraverso l’indagine sulle cause di morte. Le due serie non forniscono esattamente gli stessi dati (quelli di fonte giudiziaria, ad esempio, sottostimano il tasso di suicidi con differenze più significative per gli uomini), ma concordano nel segnalare alcune cose: ad esempio, che i maschi si suicidano più delle femmine (circa 4 volte di più), e che il tasso di suicidi è diminuito dal 1995 al 2005, stabilizzandosi in seguito, salvo piccole oscillazioni.
 
Status occupazionale, motivazioni e gli effetti della crisi
Anche se l’indagine sui suicidi sottostima in parte il fenomeno, essa fornisce una serie di informazioni addizionali che aiutano a delineare più chiaramente la situazione.
Un elemento particolarmente importante è lo status occupazionale, perché anche se i suicidi sono compiuti per la maggior parte da individui occupati o ritirati dal lavoro, il tasso di suicidio è nettamente più elevato per i disoccupati, e il suo incremento ha avuto inizio da ben prima della crisi, il che indica un possibile problema di natura più strutturale che congiunturale, in collegamento cioè all’attuale crisi economica (Figura 2).
Un ulteriore elemento d’analisi può essere ricavato dalle motivazioni del suicidio, anche se in un terzo dei casi non è possibile individuare una causa ben definita, o univoca. Ebbene, in circa la metà dei casi il suicidio è dovuto a malattie (psichiche o fisiche) mentre i suicidi per motivi economici hanno un ruolo nel complesso marginale (3-6% del totale), pur se sono aumentati rapidamente tra il 2007 e il 2010.
In conclusione, sembra di poter dire che la crisi non ha avuto un effetto significativo sul numero complessivo di suicidi: anche se la mancanza di dati recenti (per il 2011 e per il 2012)[1] deve indurre alla cautela, i tassi registrati durante la crisi sono ben inferiori rispetto ai loro massimi storici. D’altra parte il numero di suicidi, e tra questi, quello dei suicidi per motivi economici, ha registrato un incremento,  e rimane dunque un campanello d’allarme, che risuona soprattutto in situazioni di grave disagio economico.
Per saperne di più
Istat, Suicidi e tentativi di suicidio, varie edizioni

Istat, Cause di morte, varie edizioni

Eurostat


[1] Ma cfr. Neodemos del 23/05/2012, con le sue due uscite: Massimo Livi Bacci “Il suicidio e il lato oscuro della crisi”, e Nicola Salerno “Suicidi per ragioni economiche: non c’è escalation”.

image_pdfimage_print