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Così bassa che più bassa non si può? La natalità della crisi

Potosì

Nel quinquennio 2008-12, la crisi economica mondiale ha profondamente toccato tutta l’Europa, sia pure con intensità, tempi e modalità diverse da paese a paese. Nel 2012, il PIL dei 17 paesi dell’area euro risultava contratto dell’1,1% rispetto al 2007, la disoccupazione cresciuta di diversi punti, la spesa pubblica tagliata, i consumi privati compressi. La crisi ha avuto conseguenze sensibili sulla demografia del continente, ma più per effetto della minore immigrazione – maggiori restrizioni, numerosi rientri – che per una flessione delle nascite. Inoltre, la sopravvivenza ha continuato a migliorare quasi ovunque. Ma poiché la debolezza demografica dell’Europa è dovuta alla depressione delle nascite, è all’impatto della crisi su di queste che occorre guardare con attenzione.
Un’effimera ripresa
Nella prima decade del millennio, la fecondità europea (EU 27) – misurata a mezzo dell’indicatore del tasso di fecondità totale (TFT), o numero medio di figli per donna – aveva segnato una flebile ripresa rispetto alla fine degli anni ’90. Nel 2008, il TFT europeo era stato pari a 1,6, appena due decimi di punto in più rispetto ai livelli minimi toccati al giro del secolo. Scomponendo le variazioni del TFT in funzione dell’età della madre e dell’ordine di nascita, si è visto che buona parte di questa minima ripresa è attribuibile all’inversione di un processo – iniziato negli anni ’70 – di progressivo ritardo delle coppie nel mettere al mondo i figli desiderati. Questo “slittamento” in avanti delle decisioni si è fermato, e in molti casi invertito, e le nascite “rinviate” sono state “recuperate”: da qui un modesto aumento dei tassi di fecondità oltre i 30-35 anni che ha provocato il grosso della ripresa. Queste dinamiche non sembrano avere influito sulle intenzioni procreative delle coppie nel loro ciclo riproduttivo che rimangono ridotte.
Nascite e crisi
Come cambia la propensione a mettere al mondo figli durante una crisi? La risposta non è univoca come sembrerebbe naturale che fosse: la crisi comprime il reddito disponibile, accresce l’incertezza, propizia il rinvio di decisioni impegnative e costose e, per conseguenza, deprime la natalità. Si sostiene anche, però, che una crisi diminuisce il “costo-opportunità” dei figli; molte donne rinunciano a cercare lavoro, o lo perdono, e vengono quindi spinte ad avere il figlio che desiderano: un comportamento possibile soprattutto se si vive in condizioni di relativo benessere non eccessivamente compromesso dalla crisi stessa. La storia poi ci racconta di altri comportamenti collettivi davvero inattesi: il “baby boom” di metà ‘900 iniziò a prodursi durante la seconda guerra mondiale, in Europa come in Nord America ed Oceania, in un clima che certo non induceva all’ottimismo. Sui comportamenti riproduttivi, infatti, fattori psicologici, culturali ed economici si mescolano in modo non sempre prevedibile.
Recentemente due studi1 hanno esaminato da vicino le relazioni tra fecondità ed economia nei paesi europei nel primo decennio del secolo. Dopo avere esaminato i dati della disoccupazione e della fecondità (per età e ordine di nascita) del periodo 2000-2010, Goldstein e coautori concludono che la crisi ha  posto termine al processo di ripresa; che questa ha influito negativamente sulla fecondità delle donne più giovani, sotto ai 25 anni; che questa influenza negativa è stata più forte per i paesi dell’Europa mediterranea, dove la forte disoccupazione non è stata mitigata da adeguate politiche sociali. Giampaolo Lanzieri, ha esaminato la relazione tra fecondità e benessere (Pil pro capite, indice dei consumi, disoccupazione, indice di fiducia dei consumatori) nel periodo 2000-2011, e trova relazioni deboli, seppure del segno atteso. Esaminando poi l’effetto della recente crisi sulle nascite per ordine di nascita, trova un debole effetto negativo sulle nascite di primogeniti; contraddittorie tendenze per quanto riguarda la fecondità delle donne secondo la condizione di occupata o disoccupata; un effetto negativo maggiore per le donne straniere rispetto alle cittadine.
Gli effetti dilazionati della crisi
Le analisi finora fatte danno risultati nel senso atteso, tuttavia le relazioni crisi-fecondità appaiono assai deboli. Una ragione sta nel fatto che la recessione ha cominciato a mordere veramente durante il 2008, e gli effetti sulle nascite si sono cominciati a sentire nel 2009 (anno nel quale il PIL è sceso ovunque di diversi punti). Le analisi si fermano al 2010 o al 2011, anni che hanno segnato una modesta ripresa economica, seguita però nel 2012 da un’ulteriore caduta. Insomma, gli effetti cumulati della crisi sulle nascite dovrebbero sentirsi anche successivamente al 2011.  Un ulteriore problema che le analisi quantitative incontrano è che i dati sono, si, abbondanti e dettagliati, ma il 2011 è stato l’anno dei censimenti ed in base alle risultanze di questi i vari paesi stanno “aggiustando” le serie di popolazione (cioè i denominatori dei tassi di fecondità), in genere al ribasso. In Italia la popolazione residente risulta di 1,5 milioni (-2,5%) più bassa delle stime pre-censimento; anche in Germania il censimento ha ribassato la popolazione nella stessa misura (1,5 milioni, -1,8%). E siccome le variazioni di fecondità in questi anni sono minime, le “correzioni” alle serie potrebbe alterare le conclusioni sopra delineate.
2012: nascite invariate
Certo, i segni della crisi sulle nascite – se ci sono – sono quasi impercettibili. Limitiamoci ai cinque paesi più popolosi (Germania, Francia, Regno Unito, Italia e Spagna) che rappresentano quasi i due terzi della popolazione dell’Unione, e per i quali sono disponibili i dati sulle nascite e sul TFR del 2012. Ebbene, nel complesso queste ultime sono rimaste invariate: 3,292 milioni nel 2011 e 3,296 nel 20122, ed invariato è rimasto il TFT con frazionali spostamenti in più o in meno (tranne in Spagna con una diminuzione da 1,36 a 1,32). La Figura 1 riporta il TFT dei cinque paesi dal 2000 al 2012.
Infine è opportuno fare un’ulteriore osservazione. Se si confronta il TFT del quadriennio 2009-2012 (di piena crisi) con il quadriennio precedente (parte finale della “ripresina” delle nascite), si osserva che solo in Spagna nel periodo più recente c’è stata una diminuzione (-2%), mentre  negli altri quattro paesi si è verificato un lieve aumento (+1,3% in Francia e Germania, +3,1% in Italia, +4,2% nel Regno Unito). E allora viene da chiudere con le parole del titolo di questo articolo: se la dura crisi economica (-7% del PIL in Italia, tra il 2007 e il 2012) ha avuto (per ora) un impatto così evanescente sulle nascite, non sarà che questo avviene perché la fecondità “è così bassa, che più bassa non si può”?
Note
1 – Giampaolo Lanzieri, Towards a ‘baby recession’ in Europe? Differential fertility trends during the economic crisis, “Statistics in Focus”, Eurostat, n. 13, 2013. Joshua R. Goldstein et al., Fertility reactions to the “Great Recession” in Europe: Recent evidence from order-specific evidence, “Demographic Research”, vol. 29, pp. 85-104, Luglio 2013.
2 – In Francia, nei primi 6 mesi del 2013 le nascite sono state 377.000 con una flessione (8.000 in meno, -2%) rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

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