Condizione giovanile in Italia: allarmismo (fittizio) o allarme (reale)?

I giovani sono sempre più al centro di discorsi, dichiarazioni, dibattiti: tra bulli, disoccupati, bamboccioni, NEET … pare ormai non ci siano nemmeno più parole da dire. Peccato che a tanto parlare non seguano azioni concrete e incisive.Ma ci dobbiamo davvero preoccupare? Pare di sì, anche se lo scenario è più ampio e intricato di quel che gli spazi mediatici lascino intendere. Proverò a elencare alcuni dati, per motivare questo pensiero.

Società gerontocratica: un dato di fatto

Siamo la società più vecchia al mondo. Chi legge questo sito sa bene che viviamo più che altrove e facendo meno figli abbiamo un sistema sociale fortemente sbilanciato verso gli anziani: quelli che lavorano (con carriere e quindi contributi discontinui) saranno sempre meno e quelli che sono in pensione e, con l’età che avanza, avranno bisogno di cure e assistenza sempre di più.

E Coldiretti ci conferma[i] che abbiamo una classe dirigente decrepita: il record spetta alle banche, dove l’età media dei presidenti e degli amministratori delegati è di 67 anni. Ma anche in Parlamento non si scherza: nelle ultime tre legislature sono stati eletti solo 2 under 30 su circa 2500 deputati e oggi solo un onorevole su 630 ha meno di 30 anni. E all’Università non sono da meno: i docenti hanno in media 63 anni e solo 3 su 16mila sono gli Ordinari con meno di 35 anni. Appena 78 quelli sotto i 40 anni.

L’uovo di Colombo: il ritardo nel diventare grandi

È fin dai primi anni Novanta che si registrano i cosiddetti "bamboccioni" non è una novità: già nel 2004[ii] il 36% dei 30-34enni italiani viveva ancora con mamma e papà sostanzialmente perché non aveva un reddito continuo e quindi non poteva permettersi di uscire di casa.

Così come non è una novità che questo porta a un procrastinamento della natalità: succede così che per avere un figlio una donna italiana aspetta mediamente i 30 anni contro i 25 degli USA, i 26 dell’Islanda, i 27 di Canada e Finlandia.

In compenso, quando li mettiamo al mondo, rimpinziamo i nostri figli come tacchini se è vero che abbiamo il 17% dei 15enni in sovrappeso: problema di salute individuale ma anche di spesa sociale futura per le conseguenze che sovrappeso e obesità comportano.

Chissà, forse aspettiamo ad avere figli per dare loro buone prospettive, ma anche questo ci riesce solo in parte se il 15% dei nostri minori è catalogato come povero .

Tempo di scuola

E anche sul fronte della formazione le cose non vanno benissimo. Nel 2009 abbiamo speso appena il 4,7% del nostro PIL in istruzione: meno di noi, solo Bulgaria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Croazia, Romania e Giappone.

Coerentemente con il fatto che investiamo poco in istruzione, bassa è anche l’incidenza dei laureati: nel 2010 erano il 21% dei 25-34enni: peggio di noi Turchia e Romania, con una media dei 27 Paesi dell’unione del 33% e un obiettivo di Europa 2020 del 40%.

Per non parlare, più in generale, dei famigerati dati PISA, test che misurano i livelli di apprendimento dei nostri quindicenni: sui 38 Paesi coinvolti nell’edizione del 2009, siamo 29° in matematica e nelle scienze e risaliamo solo al 23° posto per la lettura.

Lavoro e disoccupazione: non se ne parla mai abbastanza

Nonostante se ne parli spesso, forse non è ancora chiaro il dramma legato al lavoro (e quindi al reddito di oggi e alla previdenza di domani): secondo OCSE nei Paesi dell’area ci sono 11milioni di disoccupati tra i 15 e i 24 anni e sono almeno 23milioni i cosiddetti NEET (Not in Education, Employment, and Training)[iii].

In Italia, nel 2010, il tasso di disoccupazione giovanile era del 28%  (ma sappiamo che ora è superiore) e i NEET erano il 22% (peggio di noi solo la Bulgaria) con una media europea pari al 15%[iv]. Quindi più di un giovane su 5 nel pieno delle sue risorse intellettive e fisiche e del suo entusiasmo è a casa che non fa niente perché non può fare niente. Qualcuno dice che non si accontenta di lavori che gli Italiani non vogliono più fare: anche fosse – ma ho i miei dubbi – cosa c’è di sbagliato nel non volere andare in fabbrica se si è studiato per fare gli ingegneri aerospaziali? Forse dovremmo cambiare qualcosa a monte, in modo da avere professionisti di cui il mercato del lavoro necessita e che quindi possa assorbirli.

Una via di consolazione?

Se lasciamo che la psicanalisi ci aiuti, scopriamo che la "morte del futuro", cioè l’incapacità di poter immaginare il Sé di domani, può essere una delle cause del disagio in adolescenza e può diventare un dolore così forte da produrre comportamenti dannosi se non disperati[v]. Chissà se l’attuale clima di possibilità limitata (o impossibilità garantita) che nasce ben prima della "crisi" è una concausa del ricorso sempre più massiccio a sostanze alteranti: secondo l’OCSE il 20% dei nostri 15enni fuma tabacco con una certa regolarità. E dati Eurostat[vi] riferiti a qualche anno fa sui 27 Paesi dell’Unione e la Gran Bretagna ci mettono al 5° posto come 15-34enni consumatori di cannabis (16,5%) e al 3° per consumo di cocaina (3,2%) e LSD (0,9%).

Con l’alcol siamo più morigerati ma anche qui stiamo recuperando bene. Recenti dati ISTAT , infatti, segnalano nuovi modelli di assunzione soprattutto per le ragazze: tra il 2000 e il 2010 sono aumentati i consumatori occasionali e coloro che consumano altri alcolici rispetto a vino e birra: oltre l’80% dei bicchieri dei ragazzi fino a 24 anni e circa il 90% delle ragazze sono bevuti fuori pasto. E si stimano a rischio di «binge drinking» circa 700mila i giovani tra i 18 e i 24 anni (pari al 17%).

Più in generale, in base alle definizioni OMS, ISTAT indica come bevitori con comportamenti a rischio il 25% dei giovani tra i 18 e i 24 anni e il 15% tra gli 11 e i 17 anni contro il 10% delle coetanee.

Di buono c’è che…

Tra il 1998 e il 2011[vii], però, sono aumentati bambini e adolescenti tra i 6 e i 17 anni che vanno a teatro (da 20 a 32%), al cinema (da 69 a 80%), a visitare musei e mostre (da 38% a 43%), a concerti di musica classica (da 6 a 8%), che leggono libri (da 52 a 57%) e praticano sport (dal 48 al 56% dei 3-17enni). Calano coloro che guardano la tv (dal 44 al 42%) anche se questo è in parte compensato dall’avvento delle nuove tecnologie.

Per concludere, facciamoci ancora aiutare dallo psicologo[viii]: "Se le nere profezie si avvereranno, nei prossimi anni, gli adolescenti e i giovani adulti del nostro paese e di mezza Europa dovranno confrontarsi con una crisi senza precedenti: è il loro incubo, ed è poco probabile che si rassegnino ad aver studiato e sperato per vedersi poi relegare nell’esercito della disoccupazione giovanile e della fascia debole della popolazione. È verosimile che protesteranno e lotteranno. E che possa scatenarsi una ribellione violenta. Se penso alla disperazione individuale, patita nella solitudine della propria cameretta e ai gesti disperati che la morte del futuro suscita, ho motivo di ritenere che, se le medesime passioni vengono condivise da una intera generazione, possa delinearsi uno scenario drammatico. Siamo ancora in tempo. Ma per gestire il futuro, è meglio prevederlo.”

Facciamoci aiutare anche dalla storia e ricordiamo quella più recente a Londra, in Spagna o nei Paesi arabi con la loro "primavera": se non possiamo prevedere il futuro, possiamo quantomeno ipotizzarlo e organizzarlo in modo da offrire nuovi orizzonti. Siamo ancora in tempo: non perdiamone altro.

 

 


[ii] C. Buzzi – A. Cavalli A. de Lillo (a cura di), Rapporto giovani, il Mulino, Bologna, 2007

[v] G. Pietropolli Charmet, Cosa farò da grande. Il futuro come lo vedono i nostri figli, Laterza, Roma – Bari, 2012

[viii] G. Pietropolli Charmet, Cosa farò da grande. Il futuro come lo vedono i nostri figli, Laterza, Roma – Bari, 2012 pagina 147

 

I collegamenti a siti inseriti nel testo sono stati consultati il 31 maggio 2012.