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Con i mediatori familiari e con i genitori. Una prima valutazione dell’efficacia della mediazione familiare

Linda Porciani, Pilar Martin

Anche i figli divorziano?

L’articolo di De Filippis introduce la mediazione familiare – intesa come strumento di supporto alla fine del legame coniugale – nella discussione demografica. Separazione e divorzio implicano infatti una transizione da un sistema di vita ad un altro – spesso del tutto sconosciuto – sia per gli adulti sia per i figli coinvolti. Nel 2005, i figli minorenni coinvolti nelle separazioni sono stati quasi 64 mila: di questi il 7% ha tra 0 e 2 anni, il 18% tra 3 e 5 anni, il 34% tra i 6 e i 10 anni, il 19% tra gli 11 e i 13 anni e il restante 22% tra i 14 e i 17 anni. Nei procedimenti di divorzio è coinvolto un numero inferiore di figli minorenni, 22 mila circa, in primo luogo perché non tutte le separazioni sfociano in divorzio e poi perché si tratta di un evento slittato avanti nel tempo rispetto alla separazione, che coinvolge quindi figli più grandi (v. www.istat.it e anche Gustavo De Santis, Kramer contro Kramer).

Questi dati impongono una riflessione sull’impatto che separazione e divorzio hanno sui minori e su quanto sia importante contenere il disagio che ne può derivare, anche sperimentando strumenti nuovi. Uno di questi è la mediazione familiare, che ha tra i gli obiettivi il raggiungimento di accordi finalizzati alla riorganizzazione di una vita familiare in cui sia possibile occuparsi insieme dei figli nonostante la fine del matrimonio. La peculiarità della mediazione familiare, rivolto a non patologizzare la fine del legame coniugale, la pone in uno spazio intermedio tra servizi di cura e servizi di consulenza: si tratta, infatti, di una prassi che mette i soggetti al centro della vicenda di vita che li coinvolge direttamente, cercando di ristabilire un buon livello comunicativo. La prevenzione del disagio minorile attraverso il sostegno all’adulto nel difficile compito genitoriale e la restituzione di pari dignità e responsabilità genitoriale sono due finalità essenziali dell’intervento mediativo.

 

Chi sono i mediatori familiari? Dall’auto-formazione del mediatore familiare alla proliferazione dell’offerta formativa[1]

Mentre per i pionieri nella pratica della mediazione familiare in Italia è possibile parlare di un percorso auto-formativo, negli ultimi anni sono proliferati i corsi con impostazioni diverse e basi teoriche talvolta incerte. Nel caso italiano, la mancanza di criteri chiari e condivisi rispetto alla formazione del mediatore, oltre all’assenza della definizione di un suo profilo deontologico, si accompagna a un vuoto legislativo. Infatti, nonostante siano passati più di vent’anni dalle prime esperienze mediative italiane, se si esclude la produzione normativa della legge n. 54/2006, il dibattito in ordine alla previsione di un intervento di mediazione familiare all’interno del procedimento di separazione o divorzio si è risolto, da un punto di vista legislativo, unicamente nel veloce accenno contenuto nella disposizione di cui all’art.155 sexies c.c., nel quale il ricorso allo strumento è lasciato alla più ampia discrezionalità del giudice. Se, da un lato, la norma può essere intesa come una forte concessione di fiducia nelle potenzialità dei genitori, può al contempo risultare assai rischioso far permanere i coniugi/genitori in una situazione conflittuale priva di qualsiasi regolamentazione, anche temporanea, per tutto il percorso della mediazione.

 

Una ricerca sulla mediazione familiare: strumento riservato ad un’élite?

L’intervento di mediazione sembra avere uno specifico bacino di utenza, a prescindere dalla singola situazione del vissuto di coppia. In una nostra ricerca, le coppie osservate e intervistate hanno alle spalle, in media, poco più di 10 anni di matrimonio, e presentano livelli di conflittualità, al momento della mediazione non molto alti (oltre l’80% sceglie infatti la separazione consensuale). I genitori hanno titoli di studio medio-alti: il 60% ha conseguito un diploma di scuola secondaria di II grado; il 38% ha un titolo universitario e solo il restante 2% ha la licenza di scuola secondaria di I grado. Le mogli hanno in genere titoli di studio più alti dei partner: ad esempio, le donne laureate sono il 21% di quelle che si separano, mentre, per gli uomini, tale percentuale si attesta al 17%. Si tratta di coppie occupate prevalentemente nel terziario e nelle libere professioni (fotografia, restauro, ristorazione…). Ora, se è vero che uno dei più importanti canali attraverso cui i coniugi vengono a conoscenza della mediazione familiare è la rete informale, che si attiva attraverso il passaparola tra colleghi, amici e parenti, questo canale rischia di rendere il percorso di mediazione familiare un percorso di èlite, inaccessibile ai disinformati.

 

Con i genitori che hanno scelto la mediazione: nella stanza di mediazione e qualche anno dopo…

Altri e interessanti spunti emergono quando si indaga direttamente il grado di soddisfazione dei genitori rispetto al percorso di mediazione. Viene spesso sottolineata la durata dell’iter mediativo, ritenuta sovente troppo breve. Questo può essere interpretato come segnale della presenza di nuclei di sofferenza particolarmente condizionanti all’interno delle famiglie alle prese con la transizione della separazione coniugale, tale da far emergere la necessità di un tempo di gestione maggiore[2]. Questo ed altri elementi di valutazione portano ad affermare che esiste una distanza tra la percezione della finalità della mediazione da parte dei genitori, finalità più propriamente terapeutica (far fronte ai sensi di colpa e alle preoccupazioni provate nei confronti dei figli), e la finalità propria della mediazione (il raggiungimento di accordi attraverso la condivisione della responsabilità genitoriale). Durante il percorso di mediazione i genitori sono accompagnati nell’opera di sostituire la cornice di fallimento che da sempre accompagna la separazione coniugale, come uno stigma sociale, con una capacità di apertura, di attesa, di lettura diversificata dell’evento. Attraverso la mediazione, i genitori sono riusciti a gestire il conflitto in modo costruttivo: rabbia, senso di colpa, ansia, paura del futuro per sé e per i figli sono i sentimenti che più vi hanno trovato un contenitore positivo. Quindi, lo strumento sembra avere potenzialità tali che l’istituzione di almeno un incontro di mediazione per tutti i genitori che si separano potrebbe portare benefici, superando i meccanismi elitari e costruendo la base per un accesso in mediazione veramente consapevole.

 

 


[1] Il presente lavoro è una sintesi di una ricerca condotta all’interno del Dipartimento di Statistica e Matematica Applicata all’Economia. L’obiettivo della ricerca è stato l’elaborazione di strumenti finalizzati alla valutazione dell’efficacia della mediazione familiare attraverso una ricerca sul campo, che ha utilizzato tecniche multi metodo: l’osservazione non partecipante (15 coppie), l’intervista semi-strutturata (10 coppie), e le interviste a testimoni privilegiati (3 mediatori familiari di lunga esperienza). L’ammissione di un osservatore esterno (non partecipante) e l’intervista congiunta ad ex-coniugi rappresentano esperienze innovative nell’esperienza della mediazione familiare. Per maggiori dettagli sulla ricerca cfr. “Oltre la fine del legame coniugale: la mediazione familiare come risorsa a sostegno della genitorialità” Report n. 314 – Dipartimento di Statistica e Matematica Applicata all’Economia (www.dipstat.ec.unipi.it).

[2] L’iter di mediazione si articola in un massimo di 10/12 incontri, al termine dei quali i genitori intervistati sono riusciti a raggiungere accordi caratterizzati da un buon grado di soddisfazione, sia nel momento in cui sono stati adottati sia a distanza di tempo.

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