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Come si può tener conto del patrimonio nel valutare la condizione di povertà?

Andrea Brandolini, Silvia Magri

Lo stato di povertà è in genere identificato guardando ai valori correnti del reddito o della spesa per consumi. Così l’Eurostat considera una persona “a rischio di povertà” quando vive in una famiglia il cui reddito equivalente[1] è inferiore al 60% del valore mediano e l’Istat classifica una famiglia tra quelle povere se la sua spesa equivalente cade al di sotto di una soglia minima fissata sulla base della spesa pro capite per consumi. Si tratta di misure fondamentali per accrescere l’attenzione dell’opinione pubblica e dei decisori politici verso il fenomeno povertà. Lo testimonia la nuova strategia europea “Europa 2020”, recentemente messa a punto dalla Commissione Europea, che include tra i cinque obiettivi prioritari da raggiungere entro il 2020 una riduzione di 20 milioni del numero delle persone a rischio di povertà[2].
            In queste statistiche non viene preso in considerazione il patrimonio reale e finanziario, se non per il flusso annuo di reddito che esso genera. Considerare solamente il reddito corrente offre, tuttavia, una visione parziale delle risorse economiche a disposizione di una famiglia o di un individuo, poiché il patrimonio svolge un ruolo essenziale nel sostenere lo standard di vita quando vi siano oscillazioni temporanee delle entrate o sopravvengano eventi negativi non previsti. A parità di altre circostanze, le difficoltà economiche generate dalla perdita del lavoro o da un divorzio hanno ripercussioni assai diverse sulle condizioni di vita a seconda che una persona possa contare o meno su un adeguato stock di risparmi accumulati. La questione è rilevante non solo per la misurazione statistica, ma anche per il disegno delle politiche sociali, per tutte quelle misure di sostegno la cui erogazione è sottoposta alla verifica dei mezzi[3]. I limiti delle fonti statistiche, che raramente raccolgono informazioni sui redditi congiuntamente a quelle sulla ricchezza, aiutano a spiegare perché si presti poca attenzione al patrimonio, ma vi è anche un ritardo nell’elaborazione di strumenti analitici adeguati. Come si può tener conto del patrimonio nel valutare la condizione di povertà?
 
L’indice reddito-ricchezza
            Un primo modo per affrontare la questione è considerare l’indice reddito-ricchezza, proposto oltre quarant’anni fa da Weisbrod e Hansen. Questo indice modifica la definizione standard di reddito sostituendo alle rendite generate annualmente dalla ricchezza (interessi, dividendi, ecc.) una rendita annua costante (annuity value). Questa rendita è data dalla conversione dello stock di ricchezza detenuta in un flusso costante di reddito, scontato a un dato tasso r, per T anni. In altri termini, rappresenta la quota di patrimonio che può essere consumata annualmente in modo da “spalmare” il patrimonio equamente in T anni. La lunghezza del periodo T viene fatta coincidere con la speranza di vita corrispondente all’età della persona per cui si calcola l’indice, ipotizzando che non lasci alcuna eredità. Questo metodo fonde reddito e ricchezza in un modo analiticamente elegante, ma richiede varie ipotesi, come la scelta del periodo T e del tasso di rendimento r della annuity.
            Una conseguenza importante dell’adozione di questo metodo è il mutamento della composizione della povertà per classi di età: gli anziani, che hanno una speranza di vita minore e una ricchezza in media più elevata, appaiono meno poveri. Cambia anche il confronto tra paesi, per effetto dei livelli diversi di ricchezza delle famiglie: secondo i dati del Luxembourg Wealth Study (LWS; http://www.lisproject.org/), relativi ad anni vicini al 2000, considerando il solo reddito la quota di poveri risulta più alta negli Stati Uniti rispetto a Finlandia, Germania e Italia. Se si utilizza l’indice reddito-ricchezza, le distanze si riducono, pur non cambiando l’ordine relativo dei paesi (fig. 1). L’incidenza della povertà diminuisce più in Italia che negli altri due paesi europei per effetto del livello elevato della ricchezza posseduta dalle famiglie del nostro paese. La riduzione della povertà è assai più contenuta quando si considerano le sole attività finanziarie anziché il totale della ricchezza reale e finanziaria al netto dei debiti: l’abitazione di proprietà rappresenta infatti la componente principale del patrimonio delle famiglie meno abbienti.
 
Gli indicatori di povertà patrimoniale
            Una possibile alternativa, proposta da Haveman e Wolff, è quella di costruire indicatori di “povertà patrimoniale”. Questi individuano le famiglie o le persone che hanno accumulato una ricchezza insufficiente a garantire un tenore di vita corrispondente a quello della soglia di povertà per almeno n mesi, in assenza di altre risorse economiche. Ad esempio, si possono convenzionalmente considerare povere le famiglie con un patrimonio insufficiente a sostenerle per almeno tre mesi al livello di consumo minimo ritenuto socialmente accettabile. Considerando i dati dell’LWS per Canada, Finlandia, Germania, Italia, Norvegia, Regno Unito, Svezia e Stati Uniti, si osserva che l’incidenza della povertà risulta maggiore di circa due o tre volte quando si guardi al patrimonio complessivo, al netto dei debiti, invece che al reddito.
            Più elevata è la quota di persone con ricchezza finanziaria insufficiente a sostenerle, in mancanza di altre risorse economiche, al livello della linea di povertà per almeno tre mesi: essa varia tra il 32% in Italia e il 57% in Canada (fig. 2). Poiché al massimo un terzo di queste persone sono povere anche in base al reddito, queste statistiche indicano che nei paesi considerati esiste un’ampia fascia di persone che hanno redditi correnti superiori alla soglia di povertà, ma sono vulnerabili al verificarsi di eventi negativi. L’Italia è il paese in cui questa fascia risulta più limitata: ciò potrebbe riflettere un maggior risparmio a fini precauzionali, connesso anche con la limitatezza degli strumenti pubblici di sostegno per le persone in difficoltà.
 
Osservazioni conclusive
            Nelle moderne economie avanzate, il patrimonio familiare concorre a determinare gli standard di vita correnti e influenza le decisioni delle persone sulle proprie scelte di vita. Nella valutazione delle condizioni di povertà, il patrimonio viene però considerato solo in parte, per il flusso di reddito che esso genera. I risultati qui discussi mostrano come la considerazione della ricchezza insieme al reddito possa portare a una diversa valutazione dell’entità e delle caratteristiche della povertà. Inoltre, consente di individuare sia le persone in condizione più critica, per l’assenza di risorse economiche in una accezione più estesa, sia quelle che non sono povere ma vulnerabili, in quanto hanno accumulato risparmi insufficienti a far fronte a gravi eventi negativi imprevisti.
 


[1] Il termine equivalente si riferisce alla correzione del valore nominale del reddito, o della spesa per consumi, per tenere conto delle economie di scala che derivano dalla convivenza familiare (per esempio, nelle spese per il riscaldamento). La correzione viene effettuata prendendo in considerazione la composizione e la numerosità della famiglia.
[2] L’opportunità di fissare obiettivi espliciti in termini di riduzione della povertà è discussa da Atkinson.
[3] Ad esempio, nell’Indicatore della situazione economica equivalente (ISEE), utilizzato in Italia per alcune misure assistenziali, si tiene conto di alcuni aspetti patrimoniali: i depositi in conto corrente e il valore dell’abitazione.
 
 

Riferimenti bibiliografici
Atkinson, A. B., “Promise and Performance: Why We Need an Official Poverty Report”, in Living as Equal, a cura di P. Barker, Oxford, Oxford University Press, 1996.
Commissione Europea, “Europa 2020. Una strategia per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva”, Comunicazione della Commissione, COM(2010) 2020, Bruxelles. [http://ec.europa.eu/italia/documents/attualita/futuro_ue/europa2020_it.pdf].
Eurostat, “17% of EU citizens were at-risk-of-poverty in 2008”, Statistics in focus. Population and social conditions, n. 9, 2010 [http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_OFFPUB/KS-SF-10-009/EN/KS-SF-10-009-EN.PDF]
Haveman, R., e E. N. Wolff, “The concept and measurement of asset poverty: Levels, trends and composition for the U.S., 1983–2001”, in Journal of Economic Inequality, vol. 2, 2004, pp. 145–169.
Istat, “La povertà relativa in Italia nel 2008”, Statistiche in breve, 30 luglio 2009 [http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20090730_00/testointegrale20090730.pdf].
Weisbrod, B. A., e W. L. Hansen, “An income-net worth approach to measuring economic welfare”, in American Economic Review, vol. 58, 1968, pp. 1315–1329.
 
Questo articolo riassume i risultati di uno studio condotto in collaborazione con Tim Smeeding, direttore dell’Institute for Research on Poverty dell’Università del Wisconsin a Madison. Cfr. A. Brandolini, S. Magri e T. M. Smeeding, “Asset-Based Measurement of Poverty”, Banca d’Italia, Temi di discussione, n. 755, marzo 2010 [http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/temidi/td10/td755_10/td_755_10/en_tema_755.pdf].

Le opinioni qui espresse sono esclusiva responsabilità degli autori e non impegnano in alcun modo la Banca d’Italia.

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