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Come cambiano i modi e i tempi del fare famiglia

Antonella Guarneri, Romina Fraboni, Sabrina Prati

Fino a tutti gli anni Settanta, per la stragrande maggioranza delle donne i percorsi di formazione della famiglia si riducevano alla sequenza: matrimonio – spesso in concomitanza con l’uscita di casa – e, successivamente, nascita del primo figlio. Oggi le cose sono decisamente più complesse. Il matrimonio non rappresenta più la scelta obbligata per iniziare una vita a due ed è sempre meno frequente, anche quando il progetto di avere un figlio si realizza.
 
Il matrimonio non è più quello di una volta
Così il calo dei matrimoni in numero assoluto è evidente: nel 2010 sono state celebrate in Italia poco più di 217 mila nozze, 100 mila in meno rispetto all’inizio degli anni Novanta, metà di quelle celebrate all’inizio degli anni Settanta. Anche con riferimento alla popolazione celibe e nubile che convola a nozze il calo è evidente: nel 2010 sono stati registrati  462 primi matrimoni per mille uomini e 517 per mille donne di età 16-49[1] rispetto ai 913 e ai 939 registrati nel 1975. I novelli sposi celebrano più tardi rispetto al passato il primo matrimonio: nel 2010 hanno in media 33 anni gli sposi e 30 le spose in prime nozze, cioè, in media, sono sei anni più “maturi” rispetto a quelli che si sono sposati nel 1975. I matrimoni non solo diminuiscono, ma cambiano anche “forma” dal momento che si modifica la modalità di celebrazione delle nozze, prediligendo più spesso che in passato il rito civile. Nel 2010 le nozze celebrate con rito civile sono state circa 80 mila (il 37% del totale), più che raddoppiate in meno di 20 anni. La scelta sempre più frequente del rito civile è in parte da attribuire alla crescente diffusione sia dei matrimoni successivi al primo sia di quelli con almeno uno sposo straniero. Questa scelta, tuttavia, riguarda sempre più spesso anche le prime nozze di sposi entrambi italiani, evidenziando la progressiva diffusione di comportamenti più secolarizzati: nel 2010 oltre un quarto delle nozze tra sposi italiani celibi e nubili è stato celebrato con rito civile. Il calendario degli eventi familiari e riproduttivi si è venuto via via allungando.

Di fatto, un’unione
Anche in Italia, come in altri paesi, la diminuzione dei primi matrimoni è legata anche alla progressiva diffusione delle unioni di fatto. In generale, in meno di venti anni le libere unioni sono quadruplicate: da 227 mila nel 1993-94 a 972 mila nel 2010-11; fra queste, le convivenze tra partner celibi e nubili sono aumentate di quasi nove volte, passando da 67 mila a 578 mila. Tra quanti lasciano la famiglia di origine per formare un’unione, la maggior parte ancora si sposa, ma sono sempre di più quanti vanno a vivere informalmente con il/la partner: sono quasi un uomo su tre  e oltre una donna su quattro tra i 26-35enni (nati nel 1974-83) intervistati nel 2009 (Tavola 1). Tra i  nati nel 1954-63, questa forma di unione era stata scelta molto più raramente: solo in un caso su venti. Da molti l’unione libera viene vissuta come periodo di prova della relazione di coppia che molto spesso si tramuta successivamente in matrimonio. Se solo l’1% dei primi matrimoni celebrati prima del 1974 era stato preceduto da una convivenza, ciò riguarda il 7% di quelli celebrati nel 1985-94, e raggiunge poi il 35% tra i primi matrimoni contratti nel quinquennio 2005-09. Cambiano anche le durate delle convivenze prematrimoniali allungandosi di più nelle coorti recenti: tra le coorti più anziane, il 64% delle convivenze prematrimoniali era breve (non più di 2 anni), mentre tra quelle più giovani tale quota raggiunge appena il 34%.
Crescono poi le nascite da genitori non coniugati: dall’8% nel 1995 a poco meno del 25% nel 2011 (134 mila).

Cambiano le coppie, non risale la fecondità
A livello complessivo la ripresa delle nascite in Italia avviatasi a partire dal 1995 – anno di minimo storico (526 mila, pari a 1,19 figli per donna) – si è arrestata in questi ultimi anni; nel 2011, infatti, sono nati in Italia 556 mila bambini (pari a 1,39 figli per donna), ossia 21 mila in meno rispetto a tre anni prima. Perché? In primo luogo, fra il 2008 e il 2011 è molto rallentata la crescita delle nascite da genitori stranieri (da 72 a 78 mila, mentre nel precedente triennio 2004-07 erano aumentate da 49 a 64 mila). In secondo luogo, la posticipazione del primo figlio ha evidentemente ripercussioni anche sul calendario delle nascite successive. Il rinvio della maternità a età sempre più elevate equivaleper molte donne a un recupero di una parte di nascite “perdute”. Tuttavia, questorecupero, attraverso cui è possibile spiegare gran parte delle variazioni congiunturali della fecondità degli ultimi dieci anni, non sembra invece modificare il declino della fecondità avviato da più di un secolo. Infatti, nelle generazioni di donne che hanno completato o stanno per completare la loro storia riproduttiva, non si intravvedono segnali di ripresa, ma, anzi, si riconosce una inarrestabile contrazione della propensione ad avere il terzo figlio, e, cosa ancor più preoccupante, anche una lenta diminuzione della probabilità di avere il primo e il secondo (Figura 1).

Passaggi dai tempi lunghi
Considerando le sequenze dei tre eventi fondamentali che possono scandire la formazione di una nuova famiglia – unione libera, matrimonio e nascita del primo figlio – è interessante andare a confrontare i percorsi delle donne nate fra il 1940 e il 1974 che hanno avuto almeno un figlio prima dei 35 anni (Tavola 2).  In tutte le generazioni il percorso tradizionale (Matrimonio à Primo figlio, senza unione libera) è quello prevalente. Tuttavia, la frequenza di chi vive altre sequenze aumenta rapidamente al passare delle generazioni: dal 5% per le “madri”, nate nel 1940-49, al 22% per le “figlie”, nate trent’anni dopo, nel 1970-74.
Nella generazione più giovane qui considerata (1970-74), l’unione consensuale come preludio al matrimonio cui ha fatto seguito l’arrivo del primo figlio sfiora il 9% delle donne; allo stesso tempo, la sequenza Unione libera à Primo figlio à Matrimonio praticamente eguaglia quella Unione libera à Primo figlio. Quindi, se è vero che il matrimonio spesso suggella l’arrivo del primo figlio, anche in Italia sono sempre più frequenti anche le unione libere feconde, soprattutto tra le generazioni più giovani.
 
Nota
Articolo tratto dal Rapporto sulla popolazione. Sessualità e riproduzione nell’Italia contemporanea, a cura di Alessandra De Rose e Gianpiero Dalla Zuanna, Bologna, Il Mulino, 2013, che prosegue la tradizione dei rapporti biennali curati dall’Associazione Italiana per gli Studi di Popolazione
 


[1] Il tasso di primo-nuzialità viene calcolato come la somma dei quozienti specifici di nuzialità degli sposi celibi/nubili per singolo anno di età tra i 16 e i 49 anni, moltiplicati per mille. Gli indicatori di primo-nuzialità sono calcolati separatamente per le nubili e per i celibi; sono più alti per le donne perché tra le nubili è più alta, rispetto ai celibi, la proporzione di prime nozze con uno sposo che è invece all’esperienza di un matrimonio successivo.

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