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Colf e badanti: quale futuro?

Maura Tabacco

L’ultimo decennio ha evidenziato un importante cambiamento nella composizione dei flussi migratori nel nostro Paese. È aumentato il numero delle donne primo-migranti, provenienti principalmente dall’Est europeo, che in età spesso non giovanissima lasciano le famiglie per venire in Italia a lavorare come collaboratrici domestiche o assistenti familiari. Numerose sono le ricerche che pongono l’attenzione sul processo di integrazione delle donne primo-migranti nel nostro tessuto sociale. Centrale è lo studio delle famiglie transnazionali (con membri in paesi diversi) e del ruolo attivo delle donne nel mercato del lavoro italiano. Appare tuttavia sempre più urgente, date le loro precarie condizioni lavorative, sociali e familiari, non fermarsi al presente, ma rivolgere l’attenzione al futuro delle colf e delle badanti, interrogarsi su quali saranno le loro opportunità, e le possibilità di scelta, nel momento in cui potranno o dovranno uscire dal mercato del lavoro.

 

Servizi alle famiglie e pensione

Il lavoro domestico si conferma uno dei settori di maggior impiego degli immigrati. Secondo stime ufficiali, nel 2008 risultavano impiegati nelle famiglie italiane oltre un milione e mezzo di colf e badanti, prevalentemente donne di origine straniera, di cui poco meno della metà risultavano registrate presso l’Inps[1]. La presenza di lavoratrici domestiche è in continuo aumento; regolarizzazioni e decreti flussi ne sono la prova. La regolarizzazione del 2002 ha sanato la posizione di circa 257.000 collaboratrici domestiche e assistenti familiari, pari all’82,1% del totale di immigrati regolarizzati nei servizi alle famiglie (316.489). L’ultimo decreto flussi ha previsto l’ingresso di 65.000 cittadini di origine straniera nel settore domestico mentre. Il 30 settembre scorso è scaduto, invece, il termine per la presentazione delle domande per l’emersione del lavoro irregolare di colf e badanti facendo registrare quasi 295 mila domande (in oltre 114 mila casi si tratta di badanti). Non è difficile prevedere che, come già avvenuto con la regolarizzazione del 2002, la maggioranza degli stranieri coinvolti saranno donne.

Ai contributi versati a partire dal 1° gennaio 1996, verrà applicato il sistema contributivo per il calcolo e l’erogazione di prestazioni pensionistiche. Nel sistema contributivo, il calcolo della pensione avviene sulla base dei contributi versati e la pensione viene erogata normalmente al compimento del 65° anno di età, o anche prima, ma solamente se l’importo è almeno 1,2 volte quello dell’assegno sociale, se si è compiuto almeno il 60° anno di età e si è raggiunta una contribuzione minima effettiva di 5 anni.

La cosa riguarda anche i lavoratori italiani, ovviamente, ma concentriamoci qui su colf e badanti straniere. Raggiunta l’età pensionabile, cosa succederà a tutte quelle donne straniere che oggi, aiutando le famiglie italiane soprattutto nella cura delle persone non autosufficienti, fanno risparmiare a Stato e Regioni circa 45 miliardi di euro l’anno (tanto verrebbe a costare il servizio se fosse svolto nelle strutture del Sistema Sanitario Nazionale o da personale specialistico dipendente dalle ASL per l’assistenza domiciliare)?

 

Chi baderà alle badanti?

La maggior parte di esse, provenienti da paesi non comunitari e in assenza di convenzioni bilaterali[2], saranno costrette a posticipare l’età della pensione. A causa della irregolarità contributiva, fenomeno dovuto prevalentemente a rapporti di lavoro fittizi per cui dietro lo svolgimento di un lavoro di oltre 40 ore si cela una denuncia all’Inps di 25 ore, molte lavoratrici non potranno arrivare all’importo minimo stabilito per l’erogazione della pensione se non all’età di 65 anni quando potranno beneficiare, se prive di altri redditi, dell’assegno sociale, calcolato sottraendo dall’importo stabilito annualmente dalla legge (€409,05 mensili per il 2009) l’importo, seppur molto piccolo, della pensione acquisita. L’erogazione di tale prestazione è concessa alle lavoratrici non comunitarie in possesso del permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo[3] e residenti legalmente in Italia in maniera continuativa da almeno 10 anni. Poiché per ottenere tale titolo di soggiorno occorre dimostrare, tra gli altri requisiti, di avere un reddito sufficiente stabilito dalla legge, le colf e le badanti dovranno cercare di mantenere rapporti di lavoro regolari. Cosa non facile vista la crescente tendenza dei datori di lavoro domestico a ricorrere a forme di lavoro sommerso.

Alla luce di queste considerazioni sembra doveroso riflettere sulle future condizioni di vita delle colf e badanti straniere nel nostro Paese. Cosa resterà loro dopo aver lavorato molti anni in Italia, svolgendo mansioni non proprio gratificanti, e dopo aver lasciato le proprie famiglie nei paesi di origine, non potendo veder crescere i figli o mantenere un solido rapporto coniugale? Tanta incertezza e il forte rischio di emarginazione cui vanno incontro. Per questo motivo, nonostante oggi sia ancora basso il numero di immigrate tra i pensionati italiani, sembra necessario guardare ai loro bisogni futuri per ragionare su nuove misure politico-sociali da adottare nei prossimi anni quando il loro numero crescerà in maniera considerevole.

 


[1] ACLI COLF, Per un nuovo welfare oltre il fai da te, Tesi per la XVIII Assemblea Nazionale, Maggio 2009

[2] Le Convenzioni Bilaterali consentono al lavoratore di sommare i contributi versati in Italia e negli altri Paesi firmatari per ottenere un’unica prestazione pensionistica. Attualmente i paesi convenzionati con l’Italia sono: Argentina, Australia, Brasile, Canada, Capo Verde, Croazia, Jersey e Isole del Canale, Ex Jugoslavia, Principato di Monaco, San Marino, Stati Uniti, Tunisia, Turchia, Uruguay, Vaticano e Venezuela. Si nota come, ad eccezione della Tunisia e di Capo Verde, non ci sono convenzioni con i paesi a forte pressione migratoria verso l’Italia (Est europeo, Est asiatico e Sud America)

[3] Il documento rilasciato dalle Questure ai cittadini stranieri regolarmente soggiornanti in Italia da almeno 5 anni e in possesso di specifici requisiti richiesti dalla legge che permette la presenza a tempo indeterminato nel territorio dello Stato.

 

 

Per saperne di più

ISTAT, Gli stranieri in Italia: gli effetti dell’ultima regolarizzazione, www.istat.it , 2005

ADOC, Badanti. 950.000 famiglie rischiano di restare senza assistenza, www.adoc.org, 2009

CARITAS di Roma, in collaborazione con Provincia di Roma, Comune di Roma, Camera di Commercio di Roma e INPS, Immigrati e sistema pensionistico: stime sui futuri pensionati a livello romano-laziale e nazionale, 2007, in www.caritasroma.it

 

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’Autrice ma non coinvolgono l’Istituzione di appartenenza

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