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Caro figlio mio…

Gustavo De Santis

Perché pochi figli?
Sul sito dell’INED, l’istituto nazionale francese di studi demografici (http://www.ined.fr/) compare da qualche tempo una serie di domande fintamente ingenue, ma in realtà complesse, per ognuna delle quali si propone una risposta semplice. Tra queste domande si trova, ad esempio: "Perché una volta si facevano più figli di oggi"?, e si propongono due spiegazioni, non alternative:

1) perché si vive più a lungo, e se, ad esempio, nel 18° secolo, bisognava mettere al mondo tre bambini perché, in media, uno di essi sopravvivesse fino all’età adulta, oggi, che la mortalità infantile e giovanile è quasi azzerata, basta un solo neonato per ottenere lo stesso risultato;

2) perché i genitori vogliono figli "di qualità", sani, ben istruiti, e con un buon capitale iniziale per poter affrontare con successo le sfide della vita. Ma poiché le risorse della famiglia sono limitate, più figli si fanno, meno capitale si può investire su ciascuno di essi. Conclusione: è più saggio mettere al mondo solo pochi figli per famiglia, al limite anche uno solo.
Per un pugno di dollari

Ma la questione economica si pone forse con riguardo anche al tenore di vita dei genitori stessi. Consideriamo ad esempio l’ultimo passaggio dell’indagine europea su reddito e condizioni di vita, della fine del 2005, del quale l’Istat, nelle sue "Statistiche in breve", offre una sintesi relativa all’Italia[1].

Consideriamo qui solo un aspetto molto particolare dell’indagine: il tenore di vita delle famiglie con e senza figli. Si tratta di un tema complesso, che semplificheremo qui drasticamente, considerando la quota di famiglie relativamente povere, o, più esattamente, che si trovano nel 40% più povero della popolazione – tenuto conto di tutti i redditi guadagnati e dei possibili risparmi che derivano dal vivere insieme (per cui, ad esempio, si paga un solo affitto, una sola bolletta della luce, ecc.). Ebbene, le coppie con un solo figlio se la passano comparativamente bene (solo il 32% cade nella zona di povertà relativa), ma già quelle con due figli soffrono (si sale al 43%) e quelle con tre o più figli vanno decisamente male: qui il 64% è relativamente povero. I figli possono essere anche cresciutelli, ma basta la presenza anche di un solo minore in famiglia perché il rischio di povertà salga al 48% (tab. 1).
Tab. 1 – Indicatori di povertà relativa per tipologia familiare. Italia, 2005. Valori percentuali

Poveri

Fine mese

Imprevisti

Bollette

Casa calda

Cibo

Vestiti

(1)

(2)

(3)

(4)

(5)

(6)

(7)

Tutti

40,0

14,7

28,9

9,0

10,9

5,8

17,8

Coppie senza figli

35,5

9,8

22,3

4,5

8,0

4,2

12,8

Coppie con figli

40,1

14,7

25,3

11,4

9,3

5,0

18,5

– con 1 figlio

31,7

11,8

21,9

8,7

7,8

4,4

15,2

– con 2 figli

43,0

15,6

26,6

11,5

9,6

5,0

19,5

– con 3+ figli

63,7

23,5

33,8

22,5

14,5

8,2

28,4

Almeno un minore

47,5

17,3

30,3

14,4

10,2

6,1

21,1

Un solo genitore

37,7

19,4

36,8

12,2

13,6

8,1

22,3

Legenda
1) Quota di persone con reddito familiare equivalente inferiore al 40° percentile.
2) Quota di persone che arriva a fine mese con molta difficoltà.
3) Quota di persone che non riesce a sostenere spese impreviste.
4) Quota di persone che è stata in arretrato con le bollette almeno una volta negli ultimi 12 mesi.
5) Quota di persone che non riesce a riscaldare la casa adeguatamente.
6) Quota di persone che non ha avuto soldi per alimentari almeno una volta negli ultimi 12 mesi.
7) Quota di persone che non ha avuto soldi per vestiti necessari almeno una volta negli ultimi 12 mesi.
Sono evidenziate in neretto le tipologie con situazione economica peggiore della media.
Fonte: Indagine EU-Silc (www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20061228_02/).

Nell’indagine ci sono anche altri quesiti volti a valutare l’adeguatezza delle risorse economiche disponibili. Ma qualunque domanda si scelga (ad esempio: "Arriva a fine mese con molta difficoltà?", o "Riesce a sostenere spese impreviste?", o "E’ in arretrato con il pagamento delle bollette?", ecc.) il risultato non cambia: le famiglie con molti figli, o con almeno un minore, o monogenitoriali, vanno sempre peggio della media.
Ma è colpa del figlio?

Beninteso, questi dati non provano che il figlio causi un impoverimento: se una coppia è relativamente povera e fa un figlio, nelle statistiche dell’anno successivo risulterà che il figlio vive in una famiglia disagiata. Ma certamente l’immagine che ne emerge è quella che i figli siano associati, se non proprio alla povertà, almeno a una sensibile limitazione delle risorse, e già questo non stimola i giovani a fare molti figli – in un paese come l’Italia dove la fecondità è tra le più basse del mondo.

Altri studi, comunque, suggeriscono un legame più diretto tra figli e ristrettezze economiche: Aassve, Mazzuco e Mencarini[2] trovano che, a parità di tutto il resto, aver messo al mondo un figlio, nel periodo 1994-2001, ha peggiorato la situazione economica delle famiglie europee rispetto a quasi tutti gli indici disponibili nell’ECHP (European Community Household Panel), un’indagine molto simile all’Eu-Silc. Certo, la situazione non è uniforme in Europa: nei paesi scandinavi, ad esempio, il peggioramento nel tenore di vita è minimo, mentre in Gran Bretagna e nei paesi mediterranei, tra cui l’Italia, l’abbassamento dello standard di vita appare sensibile.

A questo risultato concorrono vari fattori: quanto costa il figlio, in termini sia di costo diretto (quel che si spende per lui) sia di costo indiretto (quel che non si guadagna perché non si lavora a causa della sua presenza); e quanto la collettività trasferisce alla famiglia, in termini di congedi di maternità retribuiti, servizi medici gratuiti, child benefit, ecc. Tutti questi elementi sono difficili da misurare: a volte mancano i dati; a volte i dati ci sono, ma solo per particolari sottogruppi di persone; a volte, infine, sono parziali, e omettono certi servizi, o le prestazioni fornite dalle autorità locali.

In breve: non si sa quanto costi un figlio, e non si sa quanta parte di tale costo sia sopportata dalla collettività, e quanta rimanga invece in carico alle famiglie. Ma è certamente vero che mettere al mondo un figlio comporta una spesa elevata, da moltiplicare per tutti gli anni in cui il figlio resterà economicamente dipendente (e sono molti, soprattutto in Italia), e destinata a crescere ulteriormente in caso di separazione tra i coniugi – eventualità una volta rara, ma oggi sempre più frequente.

Considerato anche che tale peggioramento economico appare più marcato da noi che non, in genere, negli altri paesi europei, non pare troppo forzato ipotizzare un legame di causa-effetto tra questi alti costi e la bassa fecondità italiana, che si protrae ormai da circa 30 anni. Per ora, i vuoti demografici li tappano gli immigrati. Ma in futuro?


[1] V. www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20061228_02/. L’indagine Eu-Silc (European Statistics on Income and Living Conditions), si svolge annualmente in 25 paesi, e sui suoi dati si basano i rapporti ufficiali sulla situazione sociale dell’Unione Europea. In Italia, si intervistano circa 56 mila individui in 22 mila famiglie.

[2] Aassve A., Mazzuco S. e Mencarini L. (2006) "An empirical investigation into the effect of childbearing on economic wellbeing in Europe", Statistical Methods and Application, 15(2): 209-227.

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