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Barack Obama e l’ascesa delle minorities

Massimo Livi Bacci

Il 44° Presidente degli Stati Uniti, Baraci Hussein Obama, rappresenta bene la nuova America. Un’America nella quale le minorities sono decisamente avviate a diventare, prima della metà del secolo, maggioranza; hanno partecipato in massa alle elezioni del 4 novembre, come mai nel passato; stanno faticosamente scrollandosi di dosso la subalternità civile, se non quella economica; sono percorse da nuovi fermenti di mobilità sociale. Obama è “afroamericano”, anche se a metà, e la sua storia ben si accorda con la nuova demografia americana. Nasce nel 1961 nelle Hawaii (diventate il 50° stato dell’unione appena due anni prima), nel bel mezzo degli anni del baby boom. La madre è bianca, il padre nero, nato in Kenya, e come milioni di bambini americani Obama ha vissuto complesse vicende familiari: i genitori divorziano quando aveva due anni e da allora non vede più il padre; la madre si risposa con un Indonesiano, e in Indonesia – dove nasce una sorella – vive gli anni dell’infanzia prima di completare gli studi secondari nelle Hawaii. Con padre e patrigno musulmani e madre di tradizione metodista – ma tutti relativamente agnostici – la religiosità di Obama è tardiva e fortemente impastata di valori civili e laici.

 

Gli Stati Uniti verso il 2050

Vale la pena, nella settimana che celebra la vittoria di Obama, dare un sintetico quadro della popolazione americana, avvalendoci delle nuove previsioni demografiche rese pubbliche dal Bureau of the Census nello scorso mese di Agosto[1]. Queste – basate su ipotesi che ricevono, oggi, il largo consenso dei ricercatori e degli esperti – prevedono che  la popolazione, dai 307 milioni attuali, superi i 350 milioni nel 2023, i 400 nel 2038 e raggiunga i 439 nel 2050. Il tasso d’incremento, oggi attorno all’1%, scenderebbe marginalmente allo 0,8% alla metà del secolo.

Questi risultati correggono al rialzo per quasi 20 milioni (per il 2050) le previsioni precedenti, a conferma di una vitalità demografica sostenuta che contrasta con la flessione prevista per il continente Europeo (Russia inclusa)[2]. Secondo le previsioni delle Nazioni Unite (revisione del 2006 e ipotesi centrale) l’intera Europa scenderà dagli attuali (2008) 730 milioni di abitanti a 664 nel 2050: da due volte e mezzo la popolazione americana ad una volta e mezzo nel 2050[3]. Previsioni così a lungo termine vanno valutate con cautela e servono più che altro come strumenti di discussione e, nel nostro caso, a porre in rilievo il forte divario tra i due continenti.

 

Ipotesi sullo sviluppo demografico

Si è detto che le ipotesi sottostanti alle previsioni sono largamente condivise dagli esperti e – occorre aggiungere – improntate all’idea di una notevole stabilità nel tempo dei comportamenti demografici. Per quanto riguarda la fecondità, il numero medio di figli per donna (TFT) rimarrebbe stabile attorno a 2-2,1: tuttavia è una stabilità che nasconde tendenze diverse. Per la minoranza ispanica – che oggi, con un TFT di 2,7, ha una fecondità sensibilmente superiore alla media – si verificherebbe una discesa a 2,3; per quella afro-americana il TFT scenderebbe da 2,1 a 1,9; per il resto della popolazione il TFT resterebbe invariato attorno a 1,9. L’apparente paradosso di una stabilità della fecondità nonostante la sensibile diminuzione tra gli ispanici e gli afro-americani si spiega con il fatto che i primi – che hanno una crescita assai rapida – raddoppiano il loro peso sulla popolazione totale, come vedremo tra poco. Per la sopravvivenza, si sconta un generale aumento della speranza di vita sia per i maschi che per le femmine; l’aumento sarebbe più forte per la popolazione afro-americana oggi assai distanziata dal resto della popolazione. Si tenga conto che gli 85 anni circa previsti per l’insieme delle donne americane nel 2050 sono stati quasi raggiunti, oggi, dalle donne italiane.

Infine, gli Stati Uniti rimarrebbero paese aperto all’immigrazione. Il saldo netto, che nei primi anni di questo secolo, è stato pari a 1,3-1,4 milioni all’anno, salirebbe gradualmente a 2,1 milioni verso la metà del secolo, in proporzione all’accrescersi della popolazione totale. Un’immigrazione in gran parte latino-americana e asiatica, che contribuirà alla crescita delle componenti di origine non europea nella popolazione americana.

 

Da minoranza a maggioranza

La prima parte del XXI secolo apre, per gli Stati Uniti, una nuova fase di natura demografica e sociale analoga, ma assai più sconvolgente, a quella avvenuta tra la fine del XIX e la metà del XX. Allora, infatti, la grande migrazione cambiò rapidamente la composizione etnico-culturale del paese: le ondate provenienti dall’Europa mediterranea e orientale, erosero il predominio dello stock anglosassone che aveva costituito il nerbo della società americana dall’epoca del Mayflower. Oggi sono le (cosiddette) minorities – i neri afro-americani, gli asiatici e, soprattutto, gli ispanici latino-americani – che stanno rapidamente erodendo il predominio della maggioranza bianca o caucasian. Va premesso che l’ascrizione a un gruppo razziale (bianco, afro-americano, asiatico) o etnico (ispanici) è funzione di autodichiarazioni al momento del censimento: dichiarazioni che possono contemplare l’appartenenza a più di un gruppo. Ed è naturale che sia così, in una società aperta nella quale le mescolanze sono in crescita. Tuttavia l’indicazione – anche quando oggettivamente non corretta – è rivelatrice di un sentimento di appartenenza più forte di qualsiasi altro indicatore. Ebbene, i gruppi “non bianchi” che – insieme – rappresentano un terzo della popolazione, diventeranno maggioranza nel 2042, e peseranno per il 54% sulla popolazione totale nel 2050. In ragione della loro più alta natalità, le minoranze saranno “maggioranza” tra i bambini già a partire dal 2023.  Questa rivoluzione è dovuta soprattutto alla rapidissima crescita degli ispanici, alimentata dalla natalità più alta e dalla forte immigrazione; questi passeranno da 47 milioni nel 2008 a 133 milioni nel 2050 (con un’incidenza raddoppiata dal 15 al 30%). Una crescita non dissimile è prevista per gli asiatici, in crescita da 15 a 41 milioni (dal 5 al 9% del totale). La popolazione nera, in espansione da 41 a 66 milioni, aumenterà solo marginalmente la sua incidenza sul totale (dal 14 al 15%).

 

La rinascita del melting pot?

Per questa nuova fase di mescolanze, la società americana funzionerà ancora come un nuovo, gigantesco, melting pot, capace di riprodurre – come nei secoli scorsi – persone nuove forgiate da un vecchio conio? C’è da dubitarne, perché il mondo è straordinariamente più interconnesso di quanto non lo fosse nella prima grande fase di globalizzazione ottocentesca. Ed è possibile che le identità e le appartenenze non si trasformino così rapidamente come in passato. Nella comunità ispanica, per esempio, la conservazione della lingua e della cultura è favorita dai frequenti rientri in patria, dall’ampiezza e densità delle comunità stesse, dai media televisivi. E’ la rivincita, con le armi dell’immigrazione, sulle sconfitte militari subite nel XIX secolo dagli abitatori dei territori a sud del Rio Grande.

 

[2] Livi Bacci, 420 milioni di americani nel 2050?, Neodemos

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