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Abbiamo avuto 150 mila invitati in meno al banchetto di Capodanno?*

Gian Carlo Blangiardo

Un bilancio in forte deficit
Se è vero che il 2014 era passato alla storia sia per il primato della più bassa natalità dai tempi dell’Unità Nazionale, sia per aver registrato un saldo naturale che solo nel biennio 1917-1918 aveva raggiunto punte così negative (le morti del 2014 hanno sorpassato le corrispondenti nascite per ben 96 mila unità), le stime per il 2015 sembra debbano riservarci nuove e non meno importanti sorprese. Schermata 2016-01-13 a 09.00.02Si parte dal nuovo potenziale record al ribasso sulla frequenza dei nati, valutati in 489 mila secondo l’estrapolazione delle tendenze osservate nei primi otto mesi dell’anno. Di fatto, quel passaggio sotto la soglia simbolica del mezzo milione di nascite che già a febbraio si prospettava come molto verosimile (cfr. G.C.Blangiardo, Avvenire, 13 febbraio 2015 pp.1 e 3) è andato via via materializzandosi, mese dopo mese quasi senza eccezioni (Fig.1).
In parallelo i decessi hanno subito, obbedendo a logiche inattese e tuttora da approfondire, una brusca impennata, tale da accreditare l’ipotesi di un altro record: quello della più alta crescita del numero di morti in un anno non perturbato da eventi bellici (cfr. Nodemos 22 dicembre 2015).
Schermata 2016-01-13 a 09.00.13Va da sé che la naturale conseguenza di tali dinamiche si riflette in un pesante aggravio del deficit naturale: quasi certamente il surplus di mortalità del 2014 verrà di gran lunga sopravanzato nel 2015. In quest’ultimo anno si verrebbe infatti a contabilizzare un divario tra il numero dei nati e quello dei morti che, secondo realistiche valutazioni, è nell’ordine delle 170-180 mia unità, conseguendo un ulteriore primato – secondo solo a quello del biennio 1917-1918 – da inserire nel curriculum di una popolazione che va rivelandosi sempre meno vitale (Fig.2).

A corredo di tutto ciò i dati del 2015 ci regalano, pur con i limiti della loro parziale copertura temporale, anche l’immagine della drastica caduta del contributo netto dei movimenti migratori, stimabile in al più 20-30 mila unità per l’intero anno. Un fenomeno che solo nel recente passato è stato sino a dieci volte più rilevante e che deve il suo ridimensionamento sia alla minore attrattività dell’Italia nel panorama della mobilità internazionale (escludendo doverosamente sbarchi e transiti), sia alla crescente “fuga” di nostri connazionali: il conto dei giovani che cercano nuove opportunità e soddisfazioni oltre confine matura anno dopo anno, in silenzio ma con effetti – umani e socio economici – cui forse non si da ancora il giusto peso.

Tirando le somme

Schermata 2016-01-11 a 15.14.09In conclusione, con un saldo naturale sempre più in deficit e un supporto migratorio sempre meno significativo, il bilancio demografico del 2015 finirebbe inevitabilmente per certificare – il condizionale è d’obbligo, ma i margini di variabilità sembrano oggettivamente modesti – la realtà di un Paese che, per la seconda volta nella sua storia, pare destinato a sperimentare un forte calo del numero di residenti. La stima per l’intero anno 2015 è di circa 150 mila unità in meno. E vale la pena di ricordare che per quasi un secolo non si era mai registrata, leggendo la dinamica della popolazione del nostro paese, una variazione negativa, men che meno di tali proporzioni. Occorre risalire al triennio 1916-1918 per trovare – sommando le drammatiche conseguenze della Grande Guerra agli effetti non meno letali dell’epidemia “spagnola” – un calo di dimensioni quasi comparabili (Fig.3).

Ed allora, riflettendo sui dati – o se si preferisce sulle stime – che alimentano questo magro bilancio demografico di fine anno, più che compiacerci per aver avuto quasi certamente un po’ più di spazio nella tavolata del “cenone di capodanno 2015”, conviene forse interrogarci su fino a quando, se si avrà ampia conferma degli andamenti osservati, ci sarà ancora la possibilità di “fare” un cenone. 

(*) Testo riprende alcuni contenuti dell’articolo dello stesso autore : “Il vero conto non torna”, Avvenire, pag.1, del 5 gennaio 2016

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